Psicologia del Male


Se chiedete a qualcuno "Perchè ci sono persone che fanno del male?", la maggior parte delle risposte che avrete sarà sul genere: "Perchè sono cattivi, perchè hanno dei problemi" eccetera. Fattori soggettivi quindi.
Da sempre si è pensato infatti che certe azioni siano l’espressione della personalità, del patrimonio genetico (Lombroso) o di fattori comunque singoli e soggettivi. Nessuno pensa di poter essere in grado di fare del male, tenendo presente la propria vita quotidiana e le proprie inclinazioni di bravo nonno o nonna, di bravo ragazzo o ragazza.
Ma dagli anni ’60, ricerche nel campo della psicologia sociale hanno smentito queste credenze, dimostrando che CHIUNQUE può compiere “il male” (danneggiare un altro, ad esempio) se si trova in situazioni particolari. In quanti, leggendo una notizia su un giornale si soffermano a pensare: “L’avrei potuto fare anche io?”. Eppure di solito questi articoli sono accompagnati da commenti del tipo: "Era una brava persona.", "Chi l'avrebbe mai detto.".



Noi esseri umani abbiamo una visione del mondo come diviso in due: i buoni e i miti da una parte, i cattivi dall’altra. La chiesa, la televisione, la scuola, la società sponsorizzano questa visione.
Un mondo in cui i buoni e i cattivi si possono identificare immediatamente è rassicurante. Ci illude che esista il libero arbitrio e che possiamo controllare la nostra vita, ci illude che “NOI” siamo diversi da “LORO”.
E' presto detto perché: 
Ordine = controllo = sicurezza!             Mancanza di ordine = mancanza di sicurezza = angoscia!
Un mondo con un ordine ben preciso, insomma, in cui ognuno è libero di agire secondo coscienza, razionalità e libero arbitrio.

Questo però ci porta ad ignorare delle forze che agiscono su di noi e che sono fuori dal nostro controllo. 
Quando una persona si trova in contesti che esulano dalla sua familiarità o impreviste, per esempio situazioni in cui qualcuno chiede aiuto, diventa quasi impossibile pronosticare come agirà. Trovandosi in una situazione nuova, la persona non può fare affidamento a schemi comportamentali strutturati (abitudini).
Se in contesti familiari, non siamo “NOI” ad agire, ma ruoli sociali che ci siamo costruiti (il comportamento è dettato da aspettative e conforme ad esse), in questi casi imprevisti non valgono più concetti come “libero arbitrio” o “razionalità”. Persone con tratti di personalità altruistici e classificabili come "buoni", si sono trovati a compiere atti deplorevoli.
E' questo il motivo per cui si parla di “Banalità del Male”.
In situazioni impreviste possono emergere malvagi od eroi, in base a caratteristiche latenti che l’evento imprevisto ha scatenato. Tutti abbiamo bene e male dentro di noi, ma in pochi scelgono il “Male” deliberatamente, e generalmente questi pochi presentano disfunzioni psichiche anche gravi (psicosi, sociopatia eccetera).
La maggior parte di noi semplicemente reagisce alle situazioni, in base a stimoli genetici arcaici (principio di autoconservazione) e meccanismi psicologici di difesa che scattano (salvaguardare un’immagine positiva di se).

Attribuzione di significato
Quando sentiamo di un’azione deplorevole compiuta da qualcuno, cerchiamo subito di dare una giustificazione: è cattivo, è egoista. Attribuiamo un “significato” a quanto successo. Ma in questa attribuzione di significato, non consideriamo mai le influenze situazionali.
Questo dipende dalla nostra percezione: focalizziamo l’attenzione sugli attori presenti sulla scena, non sulla scena stessa, sulla situazione. Per giungere a conclusioni più precise ed approfondite c’è bisogno di tempo, voglia, di spendere energie psichiche, e accesso ad informazioni che non sempre sono immediatamente disponibili.
Inoltre, la nostra società propone l’idea di un individuo libero, capace di scegliere, razionale.
Questi meccanismi sono ciò che ci aiuta ad attribuire un significato e a “giudicare” le persone coinvolte nella situazione.

Disimpegno Morale
Come fanno persone comuni a fare i conti con la propria coscienza dopo un’azione deplorevole, amorale o “cattiva”?
Non è necessario fare del male direttamente, basta pensare a quanti non soccorrono qualcuno che chiede aiuto. A volte l’indifferenza è il male più grande.

Come dicevo prima, l’essere umano tende a preservare un’immagine positiva di se stesso. Quando questa immagine si trova in conflitto con azioni compiute (o non compiute - ad es. omissione di soccorso), allora scattano meccanismi di difesa mentale che servono a salvaguardare la mente dall’angoscia che si proverebbe nel pensare di non essere così aderenti all’immagine che si ha di se stessi. Si chiama Disimpegno Morale, ed ha la funzione di mitigare il senso di autocondanna che scatta in persone dagli alti standard morali quando compiono azioni deplorevoli.

Sono 8 Meccanismi

1)      GIUSTIFICAZIONE MORALE
Si ristruttura una situazione in base a concetti e standard morali ed ideologici: accompagnando un’azione con il pensiero che la si sta facendo per salvaguardare un’ideale, per esempio, la giustifica e la fa sembrare meno cattiva. I nazisti per esempio, utilizzavano la morale per giustificare la deportazione di ebrei, omosessuali e chiunque non gli andasse a genio.

2)      SPOSTAMENTO DELLA RESPONSABILITA
A proposito dei nazisti, nei processi spesso la difesa dei nazisti fu “eseguivo solamente gli ordini”. Quando si eseguono gli ordini, si può facilmente pensare: non è colpa mia, me lo fanno fare, non posso fare diversamente.

3)      DIFFUSIONE DELLA RESPONSABILITA
Quando ci si trova in gruppo, è più facile farsi trascinare, non assumersi le responsabilità di quando fatto. I gruppi di tifosi violenti usano il gruppo come difesa per compiere atti vandalici e violenti avendo meno paura di essere identificati e ritenuti colpevoli.
Ma la diffusione di responsabilità interviene anche quando diverse persone si trovano coinvolte in qualche maniera in una situazione imprevista, per esempio se qualcuno chiede aiuto. Il pensiero della maggioranza sarà: siamo in tanti, ci penserà qualcun altro.
Per questo, nei corsi di autodifesa si insegna a non gridare aiuto, ma “AL FUOCO”. Il fuoco è un pericolo per tutti ed attira l’attenzione.

4)      ATTRIBUZIONE DI COLPA
Se si pensa che la vittima si è in qualche modo cercata il male, che viene invece visto come una punizione, allora ecco che il male inflitto sembra giustificato. Il comportamento malvagio è stata una risposta giusta e dovuta ad un altro comportamento provocatorio.
Accade negli stupri spesso. Dipende dalla falsa credenza che hanno gli esseri umani di vivere in un “mondo giusto”, governato da una sorta di karma, in cui vale il principio che ognuno riceve ciò che merita.

5)      DEUMANIZZAZIONE
Compiere il male contro altri esseri umani è difficile. Se si percepisce l’altro come essere umano, scattano meccanismi di empatia ed identificazione e sensi di colpa.
Anche qui, i nazisti con gli ebrei, completamente deumanizzati, o gli americani con i prigionieri di Guantanamo o Abu Grahib.

6)      ETICHETTAMENTO EUFEMISTICO
Dare nomi meno carichi emotivamente ad una azione, aiuta a percepire l’azione come meno “grave”. Il più famoso etichettamento è chiamare la Guerra “Intervento di pace” o la tortura “Interrogatorio in profondità”.

7)      CONFRONTO VANTAGGIOSO
Confrontare le proprie azioni con altre azioni compiute da altri percepite più gravi, fa percepire meno grave la propria azione. “Io ho evaso le tasse, ma quelli hanno rubato milioni”. “E’ vero, l’ho picchiato, ma non l’ho mica ucciso”.

8)      DISTORSIONE DELLE CONSEGUENZE
Se non si vedono gli effetti delle proprie azioni, è facile ignorare quanto successo (piloti dei bombardieri che sganciarono le atomiche).

I meccanismi non sono escludenti, ma interagiscono tra di loro e si possono presentare diversi contemporaneamente.

Eroi Per Caso
Dagli studi di psicologia Sociale e dall'osservazione di "cosa è successo" in contesti d'emergenza, emerge però  che non tutti si fanno influenzare dalle situazioni verso il male. Sebbene la maggioranza scelga il male o l’indifferenza, esiste comunque una minoranza che sceglie il bene. Spesso risaltano alla cronaca persone che aiutano altri in difficoltà mettendo a rischio la propria sicurezza.
E’ una differenza di azione che dipende dalla differenza di attribuzione, al significato che viene dato agli oggetti e alla situazione. Qualcosa nella situazione ha attivato meccanismi di empatia e senso di giustizia, contrapposti ai meccanismi di autoconservazione esposti prima.

L’esempio è sempre la cosa migliore. Abituarsi ed abituare ad intervenire, a non essere indifferenti, è il miglior meccanismo di difesa contro “il male”.
Il sentirsi coinvolti in quello che succede, il sentirsi in grado di fare la differenza in una situazione. L’esempio di uno influenza molti attorno a se, e pian piano, si può creare un circolo virtuoso, che ribalterà le percentuali di intervento/non intervento.
L’insegnamento di standard morali elevati è importante, ma non sufficiente a garantire un'azione in linea con essi in situazioni di emergenza.
Inoltre, questi standard si scontrano sempre con le raccomandazioni ai bambini da parte di genitori e parenti del tipo: ”non farti male”, “stai lontano dai pericoli”, “fai attenzione”.
Gli standard morali e le indicazioni di cautela, vengono interiorizzate da bambini, e si manifesteranno da adulti (nel Super-Io).
Nei momenti di crisi o di emergenza (vedere qualcuno che chiede aiuto, cercare di salvarsi da un incidente), può darsi che queste indicazioni contrastanti entrino in conflitto, come le tre leggi della robotica di Asimov, e vinca l'indicazione più forte, quella legata all'autoconservazione.
Senza contare che intervenire significa "prendersi la responsabilità" dell'intervento (e delle persone che si aiutano), cosa che a volte può risultare difficile, soprattutto di questi tempi.
E' mia opinione che  sia questo ciò che spinge all’inerzia durante le situazioni impreviste e che fa scattare i meccanismi di disimpegno morale.

Non ho segnato in questo articolo gli esperimenti a cui mi sono riferito. Li inserisco brevemente qui sotto, assieme ad alcuni titoli di riferimento, in maniera che chi desidera approfondire le tematiche possa farlo.
"Psicologia del Male", Piero Bocchiaro
"L'effetto Lucifero. Cattivi si diventa?", Philip Zimbardo
"The unresponsive Bystander: why doesn't he help?",  B. Latané e J. Darley
L'omicidio di Kitty Genovese

Alcuni esperimenti di Psicologia Sociale si trovano QUIQUI e QUI

Per avere idea di quanto scritto, è interessante vedere anche il film "Train de vie", di 
  Radu Mihăileanu.

Commenti

  1. STUPENDA LA CITAZIONE DEL LIBRO DI ERIC.L'HO ORDINATO QUALCHE GIORNO FA'.CIAO E COMPLIMENTI PER CIO' CHE FAI!FARFALLA.

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    1. Ho appena visto un film davvero agghiacciante:"...E ora parliamo di Kevin"(2011) del regista Lynne Ramsay, tratto dal romanzo di Lionel Shriver; non ho letto il libro ma mi sembra che il film presenti con molta lucidità e sobrietà l'odio apparentemente demotivato, prima verso la madre e poi compiuto in una strage che coinvolge gli altri della famiglia e i compagni di scuola.
      Il perno della storia sembra essere la madre di Kevin, che ci è presentata spesso insofferente verso un figlio che la odia, e noi siamo coinvolti nei suoi stessi sensi di colpa: è colpa sua se suo figlio ha un'indole malvagia? Non gli ha trasmesso abbastanza amore?
      Immagino che in questi casi scattino meccanismi di relazione che sono diversi dall'osservare il male 'fuori' dalla famiglia, ma mi fa riflettere il caso di Kevin, e lui stesso confessa alla madre nel film che 'non è più così sicuro del perchè abbia compiuto gesti così feroci'
      è un film che ti consiglio di guardare, anche perchè sono presentate diverse altre dinamiche famigliari e sociali con molta abilità, usa un'analisi sottile non sfacciata e soprattutto, non esibisce quello che accade.

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  2. www.siamouominiecaporali.it
    date un'occhiata, grazie, S.C.

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